Il nuovo Icaro
Buonasera a tutti, pubblico due proposte per trattare della ascensione più alta di James Glaisher. Di seguito riporto un testo più "istituzionale", in un altro post pubblicherò un'altra versione.
Sara Mazzocchi.
Non stavo più nella pelle, finalmente le condizioni meteo
erano favorevoli e noi eravamo pronti a cominciare una nuova avventura. Saltammo nel cesto poco dopo pranzo, e alle
13:03 spiccammo il volo dalla campagna nei pressi di Wolverhampton, con un
pallone chiamato Mammuth; il cielo ricordava le colline vicine, perché le
nuvole apparivano qua e là, così come i greggi di pecore macchiavano di bianco
i lussureggianti prati. Arrivati a circa 1610 m da terra la temperatura era già
precipitata dai 15 °C della partenza a 5 °C. Poco dopo ci ritrovammo circondati
dal freddo vapore di una enorme nuvola di 335 m, la vista era la medesima che
si può apprezzare in una mattina d’inverno nella brughiera inglese, ossia non
si vedeva ad un palmo dal naso. Alle 13:17 fummo risputati fuori dal “mostro” che
ci aveva inghiottito e finalmente uscimmo a rivedere il cielo, di un azzurro
così terso che mi è impossibile trovare esattamente le parole per descriverlo.
Intanto la temperatura scendeva, fino a raggiungere dopo pochi minuti, il punto
di congelamento. Alle 13:28 la temperatura era già ampiamente sotto lo zero;
avrei voluto fare qualche fotografia, ma il pallone si stava muovendo in modo
vorticoso e molto rapido. Salendo, il pallone sembrava sempre più inquieto,
rendendo difficile la lettura della strumentazione, provai a chiedere aiuto al
mio compagno di viaggio, ma egli era troppo impegnato a cercare di controllare
il nostro Mammuth. Alle 13:51 ci trovavamo a circa 6096 m e la temperatura era
ormai a -20,5 °C, i segni della mancanza di ossigeno cominciavano a farsi
evidenti su di me, sentivo il mio corpo a diventare sempre più debole, con il
passare del tempo, benché avessi la sensazione di controllare il mio corpo, non
riuscivo più a muovere gli arti e a mantenere la testa diritta. Gli effetti
dell’ipossia si fecero via via più evidenti, la vista mi si oscurava
frequentemente, ero ancora cosciente e capii che saremmo andati incontro a
morte certa se non avessimo presto iniziato una rapida discesa. Non riuscivo a
parlare, ma non so dirvi nulla in merito all’udito: a quella incredibile
altitudine nessun suono terrestre era in grado di raggiungere le nostre
orecchie. La mia ultima osservazione risale alle 13:54, quando ci trovammo ad
un’altezza di 8839 m, impiegai diversi minuti a compiere questa misura, perché
i miei occhi non erano in grado di distinguere chiaramente le tacche del
barometro, strumento grazie al quale ricavavamo la pressione, dalla quale a sua
volta ricavavamo l’altezza. Poco dopo divenni insensibile, e percepii solo
debolmente le parole “temperatura” e “osservazione” pronunciate dal signor
Coxwell. Successivamente, udii di nuovo il mio compagno di viaggio parlare con
me, benché non lo vedessi e non fossi in grado di parlare o muovermi. Vidi per
un istante le strumentazioni, sebbene non chiaramente, e riuscii a dire a
Henry, almeno credo di esserci riuscito, “Ho perso i sensi”. Egli mi rispose
“lo so, e anche io sono molto vicino”, poi mi spiegò che aveva perso l’uso delle
mani, ormai in ipotermia e perciò cianotiche, così tentai di versarvi sopra del
brandy. Riuscii inoltre a riportare con una matita la mia ultima osservazione.
Rimasi privo di sensi per sette interi minuti, che mi parvero un’eternità.
Faceva così freddo che l’acqua che avevamo con noi divenne un grosso blocco di
ghiaccio, che non si sarebbe sciolto finché non avremmo raggiunto in
terreno. Il signor Coxwell tentò in ogni
modo di aprire la valvola del pallone per far uscire il gas e iniziare la
discesa, si fece sempre più nervoso percependo sul mio volto la placida calma
che prelude la morte, ma le sue mani non erano in grado di muoversi. Henry percepiva
di essere prossimo al perdere i sensi, quando riuscì a raccogliere con i denti
la corda legata alla valvola e, tirando con la testa, diede il via alla
discesa. Avevamo raggiunto la massima altezza alle 14:07, e vista la nostra
velocità di ascesa suppongo raggiungemmo all’incirca gli 11000 m. Tale ipotesi
è avvalorata dal fatto che il termometro rimase bloccato a -24,4 °C e che a il
mio compagno di viaggio aveva osservato, mentre tentava di aprire la valvola,
una pressione di 23704 Pa, ed entrambe queste informazioni implicano una
altitudine di circa 11200 m. Durante questa ascensione portammo con noi anche
dei piccioni, che liberammo diverse altezze, tranne due, che fecero l’intero
volo con noi: una volta arrivati al suolo uno di questi era deceduto, mentre
l’altro impiegò circa 15 minuti a riprendersi e poi spiccò il volo.
Questa esperienza mi segnò profondamente, avevo sperimentato
su di me i possibili rischi di questi voli, ma nonostante tutto questo non mi
fermò, feci molte altre ascensioni, finalizzate a studiare non solo le caratteristiche
dell’atmosfera, ma anche gli effetti dell’afasia sul corpo umano nonché fare
dei meravigliosi scatti fotografici. Grazie alla mia determinazione e al mio
coraggio, molto di quello che sapete dei cieli, lo dovete modestamente a me, e
non per niente il Times mi ha dedicato una bellissima poesia, paragonandomi ad
un Icaro più razionale, e forse anche un po’ più fortunato.
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